Il cuore si scioglie....Noi con gli altri/2
Pubblichiamo la seconda parte dell'intervista a Daniela Mori, responsabile dei progetti sociali di Unicoop Firenze. In collaborazione con altre associazioni laiche e cattoliche radicate nel territorio, l'ente si fa promotrice di progetti che stimolano la ricerca di “valori alti” per la città e per il mondo intero.
Intervista di Paolo Balduzzi- Firenze
Perchè una Cooperativa di consumo come la Coop, che per vocazione dovrebbe occuparsi di vendere, si interessa invece del dolore degli altri?
“Perchè questo è un modo di fare naturale dei nostri cittadini, dei fiorentini: dobbiamo solo imparare a disseminare “oltre noi”: l'idea è quella di alimentare una cultura della solidarietà attraverso tante azioni, ma anche facendo parlare le persone che vivono determinate realtà in alcune nazioni del mondo: il ponte tra qui e là è sempre aperto. Facciamo in modo che ciò che accade in altre parti del mondo abbia un filo diretto con noi e con Firenze. Lo facciamo con tanti viaggi, con i nostri soci, con le scuole...
Andiamo con ordine: lei ha partecipato a qualcuno di questi viaggi. Cosa succede in particolare?
“Ho partecipato a un primo viaggio in India, con un progetto per le suore francescane di Santa Elisabetta, nel Kerala, dove al posto di case in mattoni c'erano capanne. Oltre a costruire le case abbiamo lavorato per creare una dote alle donne povere del posto: lì le donne povere senza dote non possono sposarsi portando a una situazione di discriminazione sociale tutta la famiglia. E' nata sui terreni delle suore una fabbrica di camicie dove ora lavorano 160 donne, con uno stipendio equo e un contratto collettivo; accanto alla fabbrica è nato poi un dispensario. Le suore hanno testimoniato qui in Italia cosa stava succedendo nel Kerala, attraverso incontri e dibattiti con i nostri soci, con le altre associazioni. Anche la solidarietà migliore, se non è partecipata in diretta dalla gente, rimane qualcosa di lontano. In questo modo invece si crea reciprocità tra le parti, ognuna in grado di dare all'altra qualcosa: sia in termini materiali, che umani e sociali”.
Guardare oltre, guardare lontano. Quali sono i riflessi di tanta attività sulla città di Firenze?
"Tutto questo migliora senz'altro il senso di cittadinanza della nostra gente. A questo scopo è nato il progetto "Noi con gli altri". Se dieci anni fa c'è stata l'esigenza di mettere insieme laici e cattolici, oggi l'emergenza che si presenta è diversa. C'è un grande vuoto valoriale, soprattutto nei più giovani, con un aumento impressionante di episodi intolleranza. Potrei dire che il lavoro di “resistenza attiva” è molto più impegnativo. Ci siamo accorti, in definitiva, del bisogno di arrivare con la nostra esperienza, ai più giovani, di farli sentire coinvolti e protagonisti delle nostre storie.
Noi con gli altri è nato così: andando prima nelle scuole a raccontare cosa stavamo facendo, con le classi quarte nella fattispecie. E poi portando i nostri ragazzi sul posto dove ci sono le varie realizzazioni: nel Cameroun, in Burkina Faso, in Palestina o in Calabria nelle terre confiscate alla N'drangheta. Era necessario aprire un confronto fra i giovani su questi argomenti, dove i nostri ragazzi si potevano confrontare con quelli di varie parti del mondo, e costituisce ancora oggi un ponte che promuove la cultura del rispetto, della tolleranza e della solidarietà; durante questi viaggi viene in rilievo come la reciprocità sia un valore fondante della società. Questo è il quarto anno del progetto, e quei ragazzi che hanno partecipato al primo viaggio oggi hanno costituito un'associazione, “Cambiamente”. Questo ci dà motivo di sperare che alla fine i ragazzi sono sensibili, provano davvero a cambiare mentalità, e il contatto con quei posti che hanno visitato non si è mai interrotto”.
I ragazzi di oggi non sono allora tutti "superficiali" come spesso si crede?
“Per i ragazzi di oggi vivere sopra le righe è quasi un imperativo. Il viaggio che fanno lascia segni profondi che danno loro una consapevolezza nuova; promuovono iniziative, sensibilizzano le persone e i loro coetanei. Da tutto questo posso dire che il riflesso della nostra azione sulla città sia da misurare con la maggiore o minore civiltà della nostra gente. Chi vive queste esperienze le riporta nelle proprie città, in un diverso stile di vita, nel racconto ai propri coetanei”.
C'è dunque una possibilità di cambiamento...
“Certamente. Aprire un confronto sul proprio stile di vita, relativizzare i nostri bisogni su quelli degli altri è un modo per migliorarsi. Io sono fiduciosa perchè tutte le nostre azioni sostengono dal punto di vista culturale un “humus” che alimenta un registro di valori più alto rispetto a quello sappiamo esserci in giro oggi. Se ci adattiamo a ciò che la società propone, dobbiamo solo essere furbi e barcamenarci. Se invece puntiamo a una società migliore dobbiamo preparare le persone affinchè abbiano altri valori di riferimento; non dobbiamo stancarci di spostare l'obiettivo sempre in avanti”.
Tutto questo comporta un certo rischio.
“Quando si fanno scelte importanti, non si possono misurare i risultati in maniera precisa e scientifica. Noi sappiamo che l'impegno crea nel tempo una cultura di un certo tipo che ha riflessi sulla città e, per partecipazione, sul mondo intero. Se dieci giovani parlano con altri dieci loro amici, si crea una circolazione di idee differente”.
Cosa vuol dire per lei seguire questi progetti?
“E' una grande riscoperta di cose che avevo dimenticato, acquisendo la capacità di ricerca di sé attraverso l'altro, mettendo tutto in discussione rispetto a certi schemi e certe idee. In tutto ciò che faccio con gli altri c'è una forte spinta che nasce dalla condivisione, dalla passione per le cose fatte bene; E' un'esperienza che ti fa vedere la tua vita e i valori su cui poggia in maniera diversa. Avevo già dei riferimenti, ma questi viaggi, questi contatti, le testimonianze della gente mi hanno chiarito quali siano le priorità. E penso di poter parlare anche a nome di tutti i collaboratori, i più giovani e più adulti: per ognuno è l'occasione di “fermarsi”, di ripensarsi, per vivere la vita e i luoghi dove essa si svolge con maggiore convinzione.
Cosa si augura per questa città?
“Pur essendo nota a livello internazionale, Firenze rischia di rimanere una città provinciale se non si aprirà totalmente al dialogo con le diversità, così come è stato fatto in passato. Questa è una città che ha tanto da dare al mondo, ma è anche un luogo sempre pronto alla polemica.
Tutto ciò non è necessariamente negativo, perchè è un contributo alla formazione del pensiero. Eppure Firenze può tornare proprio ai tempi di La Pira, recuperando quella vocazione universale al dialogo, alla tolleranza e all'accoglienza del diverso, dell'ultimo, che l'hanno resa grande nel mondo, e rendono i suoi tesori ancora più belli. E forse, in questo dialogo, anche il nostro lavoro può dare un contributo determinante”
(Fine)
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